Il 2026 riparte già in rosso sulle strade italiane
Che cosa può fermare la scia di incidenti? Dalle Zone 30 ai programmi nelle scuole, la leva decisiva è la formazione: perché la sicurezza stradale non si impone con un cartello, si costruisce cambiando abitudini e salvando vite
Le strade italiane continuano a presentare un conto altissimo, soprattutto a chi si muove a piedi o in bicicletta. Nei soli primi 11 giorni dell’anno si contano già 16 pedoni morti. Dietro ogni statistica ci sono incroci, attraversamenti, velocità e distrazioni che trasformano la mobilità quotidiana in un rischio. Servono prevenzione, progettazione e cultura della sicurezza stradale.
- Sicurezza stradale, l’allarme non si ferma: i dati 2025 e il 2026 già in rosso
Il bilancio 2025 e l’avvio 2026 raccontano un’emergenza continua per pedoni e ciclisti
- Un attimo basta per trasformare la distrazione in incidente
Le cause ricorrenti e il perché la strada non perdona, soprattutto in città
- Dalla reazione alla prevenzione: Zone 30, scuola e cultura della sicurezza
La sicurezza come abitudine collettiva: istituzioni, scuole e comunità per la prevenzione
Sicurezza stradale, l’allarme non si ferma: i dati del 2025 e il 2026 è già in rosso
Anche il 2025 lascia un segno molto doloroso nel quadro della sicurezza stradale italiana. Secondo l’Osservatorio Sapidata-ASAPS, sulle strade del nostro Paese sono stati uccisi 434 pedoni: un dato in lieve calo (-7,6%) rispetto ai 470 del 2024, ma ancora drammatico. Colpisce soprattutto la vulnerabilità degli utenti più fragili: circa 225 vittime avevano più di 65 anni.
Guardando alla distribuzione territoriale, il Lazio risulta la regione più colpita con 65 vittime (di cui 36 a Roma), seguito da Lombardia (62), Emilia-Romagna (43) e Sicilia (36). All’estremo opposto, il Molise non ha registrato pedoni morti nel 2025. Anche le dinamiche degli incidenti raccontano un’emergenza concreta: 200 casi sono avvenuti sulle strisce pedonali e in 32 episodi si parla di pirateria stradale.
Il 2026, però, si è aperto lungo la stessa scia. Nei primi 11 giorni dell’anno si contano già 16 pedoni morti (11 uomini e 5 donne), otto dei quali over 65: un avvio che riporta subito il tema al centro, senza tempo per archiviare l’emergenza come una parentesi. Nel secondo fine settimana di gennaio 2026 si sono già verificati tre incidenti gravi con sei feriti.
Anche tra i ciclisti la situazione resta critica: nel 2025 si registrano circa 200 morti, con un aumento significativo rispetto all’anno precedente e un impatto particolarmente pesante in regioni come Lombardia ed Emilia-Romagna. Numeri che non sono soltanto statistiche: sono vite spezzate, famiglie segnate e comunità chiamate a interrogarsi – insieme alle istituzioni – sulla necessità di ripensare la mobilità, in città e fuori, mettendo davvero al centro la sicurezza di chi si muove.
Un attimo basta per trasformare la distrazione in incidente
Perché il numero degli incidenti e dei morti è ancora così alto sulle strade? Il rischio è spesso di sistema prima ancora che individuale: basta un incrocio disegnato male, un attraversamento poco visibile, un’auto parcheggiata in divieto che limita la visuale e – soprattutto – una manciata di secondi di distrazione per trasformare un gesto quotidiano in tragedia.
Tra i comportamenti più frequenti che portano a incidenti con lesioni tornano sempre gli stessi comportamenti ricorrenti: distrazione, mancato rispetto della precedenza e velocità troppo elevata, che insieme rappresentano una quota molto ampia delle cause rilevate. E ovviamente l’elevata velocità amplifica il pericolo e moltiplica la gravità. Secondo il report ACI-ISTAT, queste tre voci da sole valgono il 37,8% delle cause accertate, pari a 85.339 casi. E la velocità è la variabile che amplifica tutto: l’OMS ricorda che anche un aumento medio di 1 km/h è associato a circa +3% di rischio di crash e +4–5% di aumento delle fatalità, mentre sopra i 30 km/h il rischio per i pedoni cresce sensibilmente.
Nelle città, auto, bici e pedoni condividono gli stessi spazi e gli stessi tempi, ma l’infrastruttura non sempre è disegnata per gestire questa convivenza in modo sicuro: incroci complessi, attraversamenti poco evidenti, carreggiate ampie, prive di dissuasori, che invitano ad accelerare, percorsi ciclabili discontinui e punti di conflitto dove basta poco perché si verifichi un incidente.
È su questo terreno che i Paesi con risultati migliori stanno spostando l’attenzione, adottando un approccio “Safe System”: strade più leggibili, velocità coerenti con la presenza di utenti vulnerabili (spesso 30 km/h nelle aree a maggiore interazione), controlli e interventi infrastrutturali mirati a ridurre i conflitti tra flussi diversi. L’obiettivo non è educare a colpi di slogan, ma ridurre a monte le condizioni che rendono frequenti gli incidenti e, soprattutto, limitarne le conseguenze quando accadono.
Dalla reazione alla prevenzione: Zone 30, scuola e cultura della sicurezza
Un’emergenza alla quale in diversi modi si sta cercando di porre rimedio. In molte città si sta provando a spostare il baricentro dalla reazione alla prevenzione, con misure che mettono insieme urbanistica, controlli e formazione. A Roma, per esempio, l’estensione della Zona 30 nella ZTL del centro storico dal 15 gennaio punta a ridurre la velocità e rendere più sicuri gli spostamenti di pedoni e ciclisti, affiancata anche da nuovi controlli in punti strategici: perché la velocità è spesso la variabile che trasforma un impatto in un esito irreparabile. E le Zone 30 non sono un vezzo da “città gentile”: dove vengono introdotte con coerenza, diverse esperienze italiane mostrano una riduzione di incidenti e feriti, soprattutto nelle aree più trafficate dove abbassare la velocità media cambia davvero il livello di rischio. Ma la prevenzione non si fa solo con i cartelli: si costruisce anche nelle aule.
Il Campidoglio ha scelto di investire sulla cultura della sicurezza nelle scuole, portando percorsi educativi dedicati. Perché la sfida più grande, in fondo, è culturale: far passare l’idea che la strada non è solo scorrimento, ma uno spazio condiviso, dove convivono fragilità e velocità, distrazioni e responsabilità. Certi comportamenti si apprendono presto ed è allora che restano.
In questa direzione si muove anche l’esperienza umbra: quasi 2.000 studenti delle scuole superiori sono coinvolti nel progetto “I tuoi Sogni viaggiano con te! Guida in Sicurezza”, un percorso che proseguirà fino a febbraio all’Autodromo nazionale. Coordinato dalla Provincia insieme a istituzioni, realtà sanitarie e associazioni, il programma alterna lezioni teoriche e attività pratiche: simulatori, prove di guida sicura e persino esercitazioni con occhiali che riproducono lo stato di ebbrezza. Un modo concreto per trasformare la consapevolezza in esperienza.
A Bologna, prima città ad applicare la “Zona 30”, i dati segnalano una svolta. Sui viali, dall’introduzione, gli incidenti mortali sono diminuiti del 49%. E c’è un dato che colpisce più di altri: non si è registrato alcun pedone investito e ucciso, cosa che non accadeva dal 1991. Anche nei casi più gravi, quelli da codice rosso, l’impatto è stato evidente: circa 30 episodi in meno.
Campagne continuative, formazione, progetti locali e comunità coinvolte servono proprio a questo: trasformare regole e infrastrutture in abitudini collettive.
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