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Sicurezza stradale, il divario tra la fiducia di chi guida e quella degli esperti

Lo studio internazionale di Economist Enterprise, supportato da Brembo, fotografa il divario di fiducia (trust gap) nella mobilità e mette in evidenza la necessità di una maggiore collaborazione tra istituzioni e imprese. Un obiettivo che trova applicazione nel Protocollo d’intesa siglato da Polizia di Stato, Unipol Assicurazioni e UnipolTech

Accendiamo il motore, allacciamo la cintura, impostiamo il navigatore e partiamo con una certezza che rischia di essere eccessiva: l’auto, la strada e i sistemi che ci assistono sapranno proteggerci. Chi quelle tecnologie le progetta, le gestisce e le regola, però, è molto meno fiducioso. Secondo la ricerca “Safety in motion: Driving trust in modern mobility”, realizzata da Economist Enterprise con il supporto di Brembo, nove utenti su dieci si sentono sicuri nei propri spostamenti quotidiani, mentre tra gli esperti della mobilità la percentuale si ferma al 45%. Freni più evoluti, strutture più resistenti, sistemi di assistenza alla guida e dispositivi capaci di riconoscere un pericolo prima del conducente hanno reso i veicoli più sicuri; eppure proprio questi progressi possono alimentare una fiducia superiore alle capacità effettive dei sistemi.

Il divario tra sicurezza percepita e sicurezza reale
La ricerca evidenzia il divario tra la fiducia degli utenti e le valutazioni degli esperti sulla sicurezza della mobilità

Più dati, più prevenzione: il protocollo tra Polizia di Stato, Unipol e UnipolTech
L’intesa punta su dati, formazione e collaborazione per rafforzare la prevenzione e la sicurezza sulle strade

Il divario tra sicurezza percepita e sicurezza reale

La ricerca ha coinvolto 6.157 persone in dieci Paesi, tra cui l’Italia: 5.135 utenti della mobilità e 1.022 professionisti impegnati nella produzione dei veicoli, nelle tecnologie, nelle infrastrutture e nelle politiche dei trasporti. Il risultato più netto è il cosiddetto “trust gap” ossia i differenti livelli di fiducia: il 90% degli utenti dichiara di sentirsi sicuro durante gli spostamenti quotidiani, mentre tra ingegneri, responsabili delle politiche pubbliche e operatori del settore la quota si ferma al 45%.

In Italia il divario è quasi identico, sentendosi al sicuro il 90% degli utenti, contro il 46% degli esperti. Il nostro Paese viene inserito, insieme a Francia e Germania, tra i mercati definiti “pragmatici”, nei quali la fiducia resta alta ma deve essere sostenuta da spiegazioni chiare, risultati verificabili e prove concrete sul funzionamento delle tecnologie. Il rischio, infatti, è che la percezione di essere protetti riduca l’attenzione e porti ad affidarsi ai sistemi di assistenza oltre i loro limiti reali.

Lo studio mostra anche come il punto più delicato non sia più soltanto l’affidabilità meccanica del mezzo. Appena il 3% dei professionisti considera i guasti del veicolo la principale causa dei problemi di sicurezza, mentre il 30% indica l’incomprensione o l’uso scorretto dei sistemi automatizzati e il 24% teme che alcune funzionalità possano distrarre il conducente. A rendere più complesso il rapporto tra persone e tecnologia contribuisce anche la comunicazione: il 65% degli esperti ritiene che la pubblicità possa sopravvalutare le capacità dei sistemi e il 62% che possa far credere necessaria una minore attenzione alla guida. A questo si aggiunge un problema di governance, perché il 68% individua nella scarsa collaborazione tra industria e regolatori uno dei principali punti deboli.

Eppure, lo spazio per intervenire esiste: l’88% degli utenti sarebbe disposto a sostenere limiti di velocità più bassi, una maggiore diffusione degli autovelox e investimenti più consistenti per rendere gli spostamenti più sicuri.

Più dati, più prevenzione: il protocollo tra Polizia di Stato, Unipol e UnipolTech

Colmare il “trust gap”, quindi, non significa soltanto sviluppare veicoli e sistemi più evoluti, ma costruire un modello nel quale istituzioni, imprese e operatori condividano informazioni, competenze e responsabilità. Anche perché la tecnologia può prevenire un pericolo solo se viene accompagnata da dati affidabili, controlli efficaci e comportamenti consapevoli.

È in questa prospettiva che si inserisce il Protocollo d’intesa sottoscritto nei giorni scorsi dal Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza, attraverso la Direzione Centrale delle Specialità della Polizia di Stato, da Unipol Assicurazioni e da UnipolTech. L’accordo prevede la condivisione di dati anonimi e aggregati e l’analisi delle criticità della rete viaria, con l’obiettivo di rendere più efficaci le attività di prevenzione e di tutela degli utenti della strada.

L’impiego dei dati e delle competenze tecnologiche rappresenta però soltanto una parte dell’intesa. Il Protocollo assegna un ruolo centrale anche alla formazione, attraverso iniziative educative rivolte a giovani e studenti, campagne di sensibilizzazione, attività sul territorio e programmi dedicati alla conoscenza dei rischi e alla diffusione di comportamenti responsabili. In questo modo, alcune delle indicazioni emerse dalla ricerca trovano una traduzione concreta: rafforzare la collaborazione tra pubblico e privato, trasformare le informazioni in strumenti di prevenzione e fare in modo che l’innovazione non sostituisca l’attenzione delle persone, ma contribuisca a renderla più consapevole.

La tecnologia può ridurre gli errori, anticipare i pericoli e rendere i veicoli più affidabili. La sicurezza stradale, però, nasce dall’incontro tra capacità tecniche, qualità dei dati, formazione, responsabilità individuale e collaborazione tra tutti gli attori della mobilità.

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